Centro

Teatrale

Siciliano

POST MORTEM

di

Nino Romeo

con

Nino Romeo

regia

Pippo di Marca

musiche

Luciano Berio

Debutto Catania, Camera Teatro Studio 19 febbraio 2006


Delfo Torrisi davanti ad un grande tavolo: e davanti a lui, bottiglie di grappa e acquaviti; e bicchieri di foggia diversa per accogliere i superalcolici che egli beve incessantemente. Rievoca la sua ultima giornata prima della catastrofe; e il suo ricordo narrato è racchiuso tra l’ascesa e la conseguente discesa dei gradini di una grande scalinata.Ascesa: come quella che l’ha portato -lui, figlio di netturbino- alla direzione dell’Istituto di medicina legale. Discesa che lo conduce all’obitorio dove il destino -benevolo sinora- assumerà le sembianze di un crudele esattore.


Delfo è solo davanti ai suoi bicchieri: ed a loro, pubblico indifferenziato, racconta brani della sua vita e dei personaggi che l’hanno animata. E, nel racconto, i bicchieri assumono identità, diventano essi stessi personaggi, pupi anzi, e anche pedine di una partita a scacchi senza rivincita. Via via che il racconto procede, Delfo assume consapevolezza d’essere stato uomo senza qualità, pur se dotato di un olfatto prodigioso e di una dirompente e disperante carica sessuale; e il narratore Delfo si fa impietoso, ironicamente beffardo, grottesco, contro se stesso e contro tutti i personaggi che hanno popolato la sua vita; il suo racconto è a volte comico, ma soltanto per necessità. Attraverso il suo racconto Delfo recupera il linguaggio dei padri, la lingua siciliana, antica ma fluente; e dai suoni, dalle espressioni di questa lingua si lascia attraversare sino ad immergersi in essa. Oralità, pupi, lingua siciliana: elementi della tradizione di Sicilia che la scrittura e l’interpretazione di Nino Romeo e la regia di Pippo Di Marca intendono innestare nella dimensione teatrale che più appartiene loro: quella della contemporaneità.


La novella Post mortem, commissionata nell’anno 2000 a Nino Romeo dalla Biennale delle Isole, premio letterario promosso dall’Università di Corsica e diretto da Giacomo Thiers, dalla quale è tratto il testo teatrale, è edita da Prova d’Autore, Catania.

Note di Pippo Di Marca, regista dello spettacolo

La parola -poetica, letteraria, mimetica- è da sempre il nutrimento, la fonte principale del teatro. Ma c’è parola e parola (come d’altronde, c’è teatro e teatro). Per cui non ci si può esimere dal porsi qualche domanda: la parola di chi? testimoniata da chi? come? perché? Del resto, c’è una parola per così dire muta, scritta o letta, e se c’è un qualche valore poetico in questa parola è quello del poeta; e c’è una parola parlata, detta, la cui cifra poetica altro non è che quella dell’attore, della sua voce. Allora, rispondendo lapidariamente alle domande, si può dire che la parola appartienea buon diritto solo a chi è in grado poeticamente di farsi voce. In Post mortem, che l’autore Nino Romeo ha scritto prima come racconto, poi riscritto come monologo, per affidarlo -darlo in fiducia- infine all’interpretazione dell’attore Nino Romeo, la legittimità della ‘voce’ è indubitabile, alla lettera ‘fuori discussione’. E ci si potrebbe fermare qui, notando en passant che le vette del teatro, non solo storicamente, sono raggiunte più facilmente da coloro i quali scrivono i testi che interpretano: è quanto potremmo chiamare il vero ‘teatro d’autore’. Ogni testo e ogni interpretazione, però, nascono da un percorso particolare, talvolta complesso, hanno una loro forte specificità: che bisogna mettere a fuoco, ed è una messa a fuoco necessaria, complementare al passaggio successivo e definitivo: quello della messa in scena.

In margine a Post mortem, noterei innanzitutto che la natura geneticamente letteraria del testo teatrale comporta un duplice sviluppo sottotestuale: da una parte tende a farsi racconto oggettivo dei fatti ad opera dell’io narrante protagonista; dall’altra a manifestarsi come epifania soggettiva dello stesso protagonista, unico dunque e, insieme, dissociato. Quello che ci si snoda davanti, in un’alternanza originale e spiazzante della prima e della terza persona, è la progressiva ‘scoperta’ dei fatti oggettivi e dell’epifania soggettiva, della loro crudezza e tragicità, dell’ ‘orribile’ caduta, una discesa agli inferi, più precisamente all’obitorio, dopo la ‘eroicomica’ ascesa ai vertici dell’Istituto di medicina legale. Il passare continuo dall’io al lui -come guidato da un automatismo quasi casuale, apparentemente ‘innocuo’– può sembrare che ‘dissimuli’ e ‘neutralizzi’ la carica schizoide dell’alternanza, quando invece è proprio questa sorta di fluidità ‘subliminale’ che finisce col renderla ancora più ‘crudele’.

In una siffatta struttura ‘binaria’, ulteriormente evidenziata anche dai continui slittamenti tra realtà e metafora, o tra commenti ‘esterni’ e monologo ‘interiore’, il ‘teatro’ viene giocato su più livelli: attraverso l’insieme composito dei vari elementi, costruito in modo da esaltare e al tempo stesso disvelare il meccanismo scenico, da una parte porta avanti una specie di sfida alla verità scenica unica, definitiva, dall’altra fa i conti con l’ambiguità profonda della poesia e della vita, ponendosi infine di fronte al lacerante mistero della morte, del sesso e della paternità. Tutto questo ha suggerito, come segno preponderante, una lettura ‘meta-teatrale’ del testo. Ed ecco allora che il protagonista racconta/rivive la sua storia, pressoché immobile, seduto per tutto il tempo dietro un grande tavolo che allude con evidenza a un minipalcoscenico: dove le sue abili mani di ‘puparo’ inscenano con ritmi quasi musicali il balletto di bicchieri riempiti di alcol che mano mano la sua bocca ingolla; questi bicchieri ‘rappresentano’ le pedine della sua storia, ‘personaggi’ di una assurda, metaforica partita a scacchi con la vita e con la morte, al termine della quale il puparo non potrà che farsi anche lui pupo.

Per contrappasso a questa meta-teatralità (che per definizione suole intendersi ‘straniante’), la parola del testo, la sua lengua, è il siciliano, anzi il più sapido e genuino catanese, in grado di ‘autenticare’ -doppiamente, in senso basso e in senso alto, e al meglio- proprio quel genere di ‘parola’ cui si è fatto cenno all’inizio. Perchè qui la parola, che ha una cadenza antica, da lingua dei padri, mi sembra possieda la densità vischiosa di un fiume, e scorra inesorabile, a volte impennandosi in cascate irridenti, altre bloccandosi in calmi abissi senza tempo, trascinando con sé gli umori, le fobie, gli eccessi sia del protagonista sia della folla di personaggi che è testimone della sua piccola grande odissea di uomo senza qualità. E del resto in questo densissimo impasto verbale, in questo grumo ora doloroso ora grottesco, ora rappreso ora fluido, si possono ritrovare motivi e temi già sedimentati nella storia della cultura siciliana, con echi di Brancati, di Pirandello, di Verga; e più indietro persino della ‘grecità’, quell’idea ‘tragica’ e infame del destino, dove chissà, forse, già s’annidava il nostro ‘fatalismo’.

Cosi come si possono ritrovare nell’interpretazione di Nino Romeo attore chiare tracce e memorie di un magistero attorale che , a partire da Giovanni Grasso sino a Turi Ferro, per citare i più importanti, esprime l’etnia, l’anima di una gente e lo spirito di un dialetto (una parola che più parola non si può!), in modi così istintivi e ‘naturali’ da incarnare, quasi senza mediazione, l’essenza profonda di un’arte dell’attore la quale si nutre ‘misteriosamente’ di se stessa e non si piega facilmente ai tentativi di sistematizzazione, di spiegazione razionale, nel momento in cui li sollecita e quasi li impone: forse non tutti sanno che Giovanni Grasso, di casa a New York, fu uno dei principali ispiratori, negli anni ‘20, degli ‘studi’ che avrebbero portato Lee Strasberg a elaborare i principi di quel ‘metodo’ poi utilizzato nel suo Actor’s Studio.

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